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Blocco conto corrente: quando la banca può farlo

01/03/2017

Non è un’eventualità comune, ma può accadere: stiamo parlando del blocco del conto corrente, una prassi adottata dagli istituti di credito per tutelarsi da eventuali rischi, quali ad esempio l’insolvenza di un cliente.

Si tratta indiscutibilmente di un caso estremo, un provvedimento cautelativo che di solito viene messo in atto su segnalazione di enti preposti e di norma per problematiche relative all’antiriciclaggio.

In materia valgono le direttive europee del 1° gennaio 2014: tutte le transazioni finanziarie impongono l’obbligo per i possessori di un conto corrente di presentarsi in filiale per consegnare una nuova copia dei documenti di identità (o di inviarli via fax o in formato elettronico) e firmare una informativa anti-riciclaggio sul patrimonio personale. 

La discipina è un’evoluzione di quanto previsto ai decreti 109/2007 e 231/2007, emanati in attuazione delle direttive 2005/60 CE e 2006/70 CE. In particolare si fa riferimento alla collaborazione attiva delle banche nella lotta contro i sistemi di riciclaggio e il terrorismo, grazie anche a un capillare controllo della clientela. 

Per questo, le banche sono chiamate a sottoporre ai propri clienti il questionario, a monitorare le operazioni ed eventualmente inviare, in casi sospetti, una segnalazione all’Unità di Informazione Finanziaria (UIF) della Banca d’Italia.

Laddove non si provveda entro 60 giorni dalla notifica, il cliente corre il rischio di blocco e chiusura del conto corrente. Negli anni, proprio per combattere il riciclaggio, la normativa si è fatta più stringente e le banche sono sottoposte a sanzioni pecuniarie da 2.600 a 13.000 euro per ogni omesso controllo. 

Banche e finanziarie sono tenute a verificare tutte le operazioni di deposito, prelievo e pagamento contante per importi da 200 a 500 euro, al fine di evitare scambi potenzialmente fraudolenti di denaro ed incentivare l’utilizzo della moneta elettronica.

La normativa è stata aggiornata nel 2015 per quanto concerne il pignoramento del conto corrente per chi ha redditi da pensione, stipendio e altre somme ad essi assimilati.
Prima della riforma il creditore aveva diritto di riscuotere le somme dovute presso il datore di lavoro (massimo un quinto dello stipendio) oppure una volta accreditato lo stipendio in banca, nella misura del 100%.

Oggi con l’anagrafe dei conti correnti è sempre possibile sapere dove viene accreditata la busta paga, per cui è più facile il recupero dei crediti.

Se lo stipendio viene accreditato su un conto corrente bancario o postale intestato al debitore, il creditore può chiedere il pignoramento solo della parte che eccede il triplo dell’assegno sociale. Se invece, il conto è al di sotto di tale soglia, non può essere pignorato.

Sono tutti casi molto delicati che vanno sempre trattati con l’aiuto di un legale esperto in materie finanziarie. Può inoltre essere utile chiedere un supporto alle Associazioni Consumatori, che spesso redigono guide ed approfondimenti dedicati in materia.

Sul sito ConfrontaConti.it è possibile raccogliere informazioni sugli aggiornamenti della disciplina bancaria oltre a trovare le migliori offerte sul mercato.

Se invece si vuole avere una panoramica approfondita sul funzionamento di un conto corrente, il sito propone una guida dedicata ai conti correnti e ai conti deposito, oltre alla spiegazione, nell’apposito glossario, della voce riciclaggio.

Ricordiamo che sul sito ConfrontaConti.it è possibile visionare quotidianamente le migliori offerte in termini di conti deposito e di conti correnti.

A cura di: Alessia De Falco

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