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Open banking: forte crescita anche in Italia

02/11/2022
mano con un telefonino e scritte delle varie operazioni bancarie

Nel 2021, anche a seguito dei cambiamenti che ha comportato nella quotidianità la pandemia, c’è stata la svolta per il sistema bancario aperto, dove le informazioni finanziarie possono essere condivise tra gli stessi istituti di credito cui il cliente fa riferimento e società terze. Stiamo parlando dell’open banking, che in Europa lo scorso anno ha registrato una significativa crescita, seppure con differenti tassi di adozione tra i singoli Paesi. Tra i fattori che hanno determinato tale risultato, secondo quanto emerge l’Outlook di CRIF, ci sono elementi riguardanti sia l’offerta, come l’aumento degli operatori TTP (Third Parties Providers) e una più ampia gamma di servizi promossi, sia la domanda, con un numero crescente di utenti attivi.

Boom del consenso all’accesso ai conti e dell’Access2Account

In particolare, lo studio segnala che l’Italia, pur presentando un mercato meno sviluppato e di dimensioni più modeste rispetto ad altri Paesi Ue, nel primo semestre 2022 ha sperimentato un forte rialzo, di oltre 20 punti percentuali, rispetto allo stesso periodo del 2021, sia per quanto riguarda il tasso di consenso all’accesso ai conti (al 56,6%), che il tasso di successo del processo di Access2Account (al 44,7%). Sono segni dell’evoluzione culturale che vede il consumatore italiano acquisire più fiducia e dimestichezza con i processi della PSD2. Non mancano, tuttavia, importanti ostacoli da superare: culturali, tecnologici e commerciali. Di recente, però, le banche hanno avviato iniziative per sfruttare a pieno le potenzialità di questo mercato.

Favorisce una migliore pianificazione finanziaria

L’analisi, commenta Simone Capecchi, executive director di CRIF, attribuisce all'open banking un enorme potenziale nell’analizzare le abitudini di spesa degli utenti e permette di ottenere una panoramica completa dell'affidabilità (creditizia e non solo) del cliente finale, di conoscerne abitudini e bisogni per offrire servizi più mirati e tempestivi. Tale tecnologia, aggiunge, permette non solo di migliorare una pianificazione finanziaria in ottica prospettica, ma anche di rafforzare la relazione degli istituti con la clientela e accrescere il livello di fiducia di lungo periodo. La ricerca (condotta su un campione di 55mila soggetti, cui fanno capo oltre 71mila conti correnti) ha messo a punto il profilo degli utenti italiani che usano l’open banking.

L’identikit di chi usa l’open banking

Dallo studio, che individua le caratteristiche del soggetto, i bisogni, le attitudini creditizie e di pagamento, emerge un identikit che (nel 70% dei casi) corrisponde a un percettore di un reddito regolare di 1.300 euro. Sono soprattutto giovani, con gli uomini maggiormente coinvolti (76%) rispetto alle donne (24%). Per quanto riguarda la posizione geografica, da rilevare che circa il 13% degli utenti corrisponde a un profilo ‘New to Country’, utenti che non sono nati in Italia e che hanno stabilito la loro residenza nel Belpaese. Tra le tipologie di spese degli utenti di open banking, le transazioni relative al Food and Daily Spending sono le più frequenti per tutte le fasce d’età, anche se crescono molto (+20%) le transazioni ascrivibili al settore assicurativo.

Inclusione anche per chi non ha una storia creditizia

L’open banking permette di aumentare l’inclusione finanziaria, al punto che più del 30% degli utenti corrispondono alla fascia New to Credit, ossia privi di una storia creditizia. Tale dato, sottolinea Elena Mazzotti, head of innovation & strategy di CRIF, dimostra come questa tecnologia possa aumentare il bacino di utenti, raccogliendo dati anche su profili che non possono affidarsi a un tracking creditizio pregresso. Dallo spaccato dei clienti, dividendoli tra chi ‘non fornisce il consenso’, chi ‘fornisce accesso a un conto significativo’ e chi ‘ha un conto non significativo’, si nota che non c’è molta differenza tra le prime due categorie, mentre gli utenti che danno accesso a un conto non significativo presentano un grado di rischiosità doppio.

La natura delle spese

Per quanto riguarda i movimenti, in media il 28% del reddito è utilizzato per pagare gli affitti, il 23% per rimborsi di natura finanziaria (mutui o prestiti), l’11% per spese assicurative. Sottraendo al totale anche le spese utilizzate per utenze, acquisti alimentari e acquisti vari, si evince come il surplus rimanente rappresenta in media appena l’8% del reddito percepito, un dato che ovviamente aumenta al crescere del reddito. Uno studio più approfondito delle uscite rivela che la voce ‘Hobby e tempo libero’ è più appannaggio dei giovani, mentre in quella relativa ai prestiti sono tendenzialmente più presenti gli anziani. La ricerca sull’open banking rivela come l’inflazione stia modificando l’atteggiamento dei consumatori, che adottano rinunce soprattutto negli hobbies e beni di lusso (spesa in calo del 47 e del 63% rispettivamente), anche se sono aumentate contestualmente per le uscite serali, per i viaggi e per il settore assicurativo.


A cura di: Fernando Mancini

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Parole chiave: open banking, crif, giovani
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