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Voluntary Disclosure, atto secondo

23/02/2016

voluntary disclosure

La fase uno della Voluntary Disclosure, quella di collaborazione volontaria dei contribuenti che detengono illecitamente patrimoni all’estero e conseguente rimpatrio dei capitali, si è conclusa con la fine dell’anno.

Introdotta dall’art. 1 della legge n. 186 del 15 dicembre 2014, la disciplina stabilisce che "i soggetti destinatari degli obblighi di monitoraggio fiscale sono tenuti a effettuare la procedura per regolarizzare la propria situazione, ma possono avvalersi della procedura anche i contribuenti non destinatari degli obblighi dichiarativi di monitoraggio fiscale o che, seppure tenuti, non lo abbiano fatto correttamente, per sanare le violazioni degli obblighi di dichiarazione ai fini delle imposte sui redditi e relative addizionali, imposte sostitutive, imposta regionale sulle attività produttive e imposta sul valore aggiunto, nonché le violazioni relative alla dichiarazione dei sostituti d’imposta".

L’Agenzia delle Entrate ha fornito i dati relativi alla prima fase di collaborazione volontaria. Al 30 novembre 2015 è stato presentato un totale di 129.565 istanze per un totale di quasi 60 miliardi di capitali emersi: si tratta principalmente di domande internazionali, nella misura di 127.348, mentre solo 1.507 sono nazionali. 1.312 domande sono arrivate da società, enti e associazioni.

La maggior parte dei contribuenti - 54.811 - ha un’età compresa tra i 50 e i 70 anni, mentre gli over 70 sono stati 40.413. Avevano da 30 a 50 anni 30.126 persone e fino a 30 anni di età 2.903 individui.

L’Agenzia delle Entrate fornisce anche il dettaglio della provenienza delle istanze presentate: il 49,7% dalla Lombardia, il 13,46% dal Piemonte, il 7,21% dall’Emilia Romagna, il 6,03% dal Veneto, il 5,5% dal Lazio. Tutte le restanti regioni hanno fatto registrare percentuali molto inferiori. 

In testa alla lista di Paesi scelti dagli italiani per nascondere illecitamente i propri capitali c’è la Svizzera, con il 69,63% delle emersioni dichiarate, seguita dal Principato di Monaco con il 7,74% e dalle Bahamas con il 3,66%.

Si apre adesso una seconda fase, durante la quale il fisco mette in atto tutti gli strumenti a disposizione per un dialogo con i Paesi al fine di individuare altri contribuenti recidivi, che non potranno evidentemente più usufruire dello scudo fiscale e dei benefici in termini di riduzione delle sanzioni, ma dovranno pagare tutte le tasse dovute potendo incorrere nel reato penale.

Partono così una serie di verifiche internazionali da parte del fisco italiano, stabilite da una serie di accordi stretti con i Paesi. Lo scambio di informazioni avverrà con le Agenzie delle Entrate, che incroceranno i dati al fine di individuare ulteriori situazioni di irregolarità.

La prima verifica è prevista con il Lussemburgo, dalla quale secondo un accordo stabilito nel 2012 sulla base degli standard Ocse, la nostra Agenzia riceverà informazioni relative a «gruppi di contribuenti», mentre è fatto riserbo sui singoli nominativi. Individuarli non sarà tuttavia difficile, visto che la nostra Agenzia delle Entrate incrocerà i dati con quelli dei conti italiani nel Paese appartenente ai contribuenti per i quali esiste una presunzione di evasione.

Il secondo intervento è previsto con molta probabilità in Svizzera, con la quale il nostro Paese ha già siglato un accordo. L’oggetto dell’indagine potrebbero essere tutti i possedimenti dei contribuenti italiani in quel Paese a partire dal 23 febbraio 2015, la data della firma della convenzione tra i due governi.

In via di approvazione gli accordi già siglati con il Principato di Monaco, Liechtenstein e lo Stato del Vaticano, l’unico retroattivo perché scaverà sulle situazioni dei contribuenti fin dal primo gennaio 2009.

Ma quali scenari si aprono per i capitali emersi? “Dalle istanze di rimborso per i crediti di imposta non riconosciuti in disclosure, al porre in essere operazioni di riorganizzazione societaria o di liquidazione delle strutture interposte, sino alla valutazione di forme di asset protection” commenta il Sole 24 Ore. Sarà comunque necessario programmare la gestione dei capitali con l’aiuto di professionisti qualificati, decidendo ad esempio se pianificare il passaggio generazionale o una copertura con polizze assicurative, piuttosto che affidare la gestione del patrimonio in trust, definendone finalità e vantaggi dei beneficiari.

A cura di: Paola Campanelli

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